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sabato 10 gennaio 2015

Origini del sionismo: conflitti interni, richiesta d'intervento a Roma e successiva repressione

La Giudea con le sue regioni e città
ai tempi della dominazione di Roma.
Tutte le date sono stabilite in base all'era volgare e non secondo il calendario ebraico.
La locuzione era volgare (spesso abbreviata in e.v.), contrapposta ad avanti era volgare (abbreviata in a.e.v.) o a prima dell'era volgare (abbreviata in p.e.v.), indica il posizionamento temporale di una data relativamente al calendario gregoriano (o giuliano, se specificato). Sono indicati con e.v. gli anni 1 e successivi, e con a.e.v. o p.e.v. gli anni precedenti. La locuzione deriva da Era Vulgaris, usata per la prima volta nel 1615 da Giovanni Keplero, volendo indicare il concetto di "era popolare". Questa terminologia è stata adottata in diverse culture non cristiane, da molti studiosi di studi religiosi e di altri settori accademici, per non specificare il riferimento a Cristo dal momento che la datazione sarebbe scorretta (Cristo sarebbe nato circa 7 anni prima [sotto Erode] della data convenzionale) e da altri che desiderano utilizzare termini non-cristiani: con questa annotazione infatti non si fanno esplicitamente uso di titoli religiosi per Gesù, come Cristo e Signore, che sono utilizzati nella notazione avanti Cristo e dopo Cristo.  

Per gli avvenimenti precedenti vedi: "I conflitti negli Ebrei: Sadducei, Farisei, Esseni, Zeloti e Sicarii, Gnostici e Cristiani" cliccando QUI

La rivolta dei Maccabei del 164 p.e.v. aveva portato alla formazione di un regno ebraico indipendente, su cui regnavano i Maccabei, conosciuti come la Dinastia Asmonea, che durò fino al 63 p.e.v.
Sebbene la Giudea raggiungesse l'indipendenza già nel 164 p.e.v. con la liberazione di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo, è solo con il regno di Giovanni Ircano I (134-104), figlio di Simone Maccabeo, che ebbe inizio la vera e propria dinastia asmonea. Sotto il regno di Ircano vennero conquistati e convertiti forzatamente gli Idumei e si consolidarono i gruppi dei sadducei, farisei e forse anche esseni. Nel 128 distrusse il tempio dei samaritani sul monte Garizim.
Tale dinastia alla fine si disintegrò a causa della guerra civile tra i figli di Alessandra Salomé, Giovanni Ircano II e Aristobulo II. Il popolo, che non voleva essere governato da un re ma dal clero teocratico, fece appello in questo spirito alle autorità romane: seguì quindi una campagna romana di conquista e annessione, guidata da Pompeo che occupò Gerusalemme nel 63.

63 p.e.v. - Gneo Pompeo Magno assedia Gerusalemme ed entra nel Tempio: la Giudea diventa un regno vassallo di Roma.
Secondo Flavio Giuseppe, i Farisei si presentarono davanti a Pompeo per chiedergli di non interferire e di ripristinare l'antico sacerdozio, abolendo completamente la sovranità degli Asmonei (Antichità giudaiche 14:3, § 2). Ritenevano la dissacrazione del Tempio di Gerusalemme da parte di Gneo Pompeo una punizione divina del malgoverno sadduceo. Pompeo abolì la monarchia nel 63 p.e.v. e nominò Ircano II sommo sacerdote ed etnarca (titolo inferiore a "re"). Sei anni dopo ad Ircano venne tolto il resto della sua autorità politica e la giurisdizione affidata al Proconsole della Siria, che la governò tramite l'alleato Idumeo di Ircano, Erode Antipatro, e successivamente i suoi due figli Fasaele (governatore militare della Giudea) e Erode il Grande (governatore militare della Galilea).

Nel 50 p.e.v. - Giulio Cesare affida il regno vassallo di Giudea a sovrani Idumei, affiancati da procuratori romani (ovvero i prefetti e poi governatori romani della Giudea), iniziando la dinastia erodiana, contrastata, poiché straniera, dagli Asmonei e da altri pretendenti ebrei. Giulio Cesare nominò poi Antipatro, suo clientes, procuratore di Giudea nel 47 p.e.v. A sua volta Antipatro nominò i propri figli Fasaele ed Erode, avuti dalla moglie Cipro, governatori di Gerusalemme e Galilea. Nel 43 p.e.v. Antipatro fu assassinato e i suoi due figli, rimasti in carica, furono elevati al rango di tetrarchi da Marco Antonio nel 41 p.e.v.

Nel 40 p.e.v. - Il figlio di Aristobulo caccia Ircano e si nomina re e sommo sacerdote, mentre Erode fugge a Roma. A Roma Erode cercò di ottenere il supporto di Marco Antonio e Ottaviano, assicurandosi il riconoscimento del senato romano quale sovrano e confermando la conclusione della dinastia Asmonea. Secondo Flavio Giuseppe, l'opposizione Sadducea contro Erode lo portò a trattare favorevolmente i Farisei (Antichità giudaiche 14:9, § 4; 15:1, § 1; 10, § 4; 11, §§ 5-6). Erode fu un sovrano impopolare, percepito come burattino romano. Nonostante la restaurazione ed ampliamento del Secondo Tempio che fece fare, il noto trattamento della sua famiglia e degli ultimi Asmonei erosero ulteriormente la sua popolarità. Secondo Flavio Giuseppe, i Farisei infine lo opposero e quindi caddero vittime (4 p.e.v.) della sua sete di sangue (Antichità giudaiche 17:2, § 4; 6, §§ 2-4). La famiglia di Boeto, che Erode aveva designato al sommo sacerdozio, rivitalizzò lo spirito dei Sadducei e da allora quindi i Farisei li ebbero nuovamente come antagonisti (Antichità giudaiche 18:1, § 4). Il Secondo Tempio rimase il centro della vita rituale ebraica. Secondo la Torahgli ebrei erano tenuti a recarsi a Gerusalemme e offrire sacrifici al Tempio tre volte l'anno: a Pesach (Pasqua), Shavuot (la Festa delle Settimane) e Sukkot (la Festa dei Tabernacoli). I farisei, come i sadducei, erano politicamente quiescenti e studiavano, insegnavano e servivano a modo loro, secondo le proprie tradizioni. In questo periodo gravi divergenze teologiche emersero tra sadducei e farisei: l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori del Tempio - concetto centrale per gli Esseni - era condiviso ed esaltato dai Farisei.

40 p.e.v. - 4 p.e.v. - Regno di Erode il Grande, nominato Re dei Giudei dal Senato romano.

6 e.v. - Viene creata la Provincia della Giudea romana unendo insieme Giudea, Samaria e Idumea.

10 e.v. - Muore Hillel il Vecchio, considerato il massimo saggio della Torah. La scuola di Shammai prende il sopravvento fino al 30.

30 e.v. - Elena di Adiabene, che era un regno della Mesopotamia vassallo dei Parti, si converte alla religione israelita. Un notevole numero della popolazione la segue, fornendo inoltre un certo supporto durante le guerre giudaiche. Nei secoli successivi la comunità si converte quasi interamente al Cristianesimo.

30 - 70 e.v. - Scisma all'interno dell'Ebraismo durante l'era del Secondo Tempio. Una setta di Ebrei ellenizzati fonda il Cristianesimo.
La prima menzione storica dei Farisei proviene dallo storico ebreo-romanizzato Flavio Giuseppe (il cui nome ebraico era Joseph ben Matthias, 37 - ca. 100 e.v.) in una descrizione delle "quattro scuole di pensiero", o "quattro sette," in cui si dividevano gli Ebrei nel I secolo e.v.:
- i Farisei, che credevano che la persona avesse il libero arbitrio, ma che Dio avesse anche prescienza del destino umano e, fra tante altre questioni, si distinguevano dai Sadducei anche in quanto credevano nella risurrezione dei morti;
- gli Esseni ritenevano che tutta l'esistenza della persona fosse predestinata. Erano generalmente apolitici e potrebbero essere emersi come una setta di sacerdoti dissidenti che avevano rifiutato, come illegittimi, i sommi sacerdoti nominati sia dai Seleucidi che dagli Asmonei;
- i Sadducei credevano che la persona avesse un completo libero arbitrio ed erano i principali antagonisti dei Farisei;
- la "quarta filosofia" di Giuda il Galileo, associata ai gruppi rivoluzionari antiromani come i Sicarii e gli Zeloti.
Gli Zeloti (in ebraico: Ḳannaim) erano un gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del I secolo, partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Considerati dai Romani alla stregua di terroristi e criminali comuni, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina. Fondati da Giuda il Galileo, ebbero stretti rapporti con la comunità Essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70 e la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano nel 70. Tra i reperti di Qumran si ritrovano le testimonianze che collegano gli Esseni ai rivoltosi Zeloti, come ad esempio il rotolo della guerra: « ... Sono divisi (gli esseni) fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta (non ebraica) asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di Zeloti, e da altri quello di Sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte. » (Ippolito Romano, Refutatio IX, 26)
Il termine zelota, in ebraico kanai, indica una persona dotata di un zelo comportamentale nei confronti di Dio. Il termine latino deriva dalla traduzione di kanai in greco, cioè zelotes, che significa "emulatore", "ammiratore" o "seguace". Nel I secolo lo zelotismo va impadronendosi gradualmente delle masse, urbane e ancor più di campagna, le porta al fanatismo e le conduce alla violenza dei predoni e dei Sicari, che porteranno alla catastrofe finale della prima guerra giudaica. La caduta di Gerusalemme tuttavia non segnò la sconfitta dello zelotismo; gli ultimi Zeloti infatti, a capo dei quali c’era Eleazaro ben Yair, si rifugiarono, in un estremo tentativo di resistenza, nella fortezza di Masada, a sud del deserto di Giuda, vicino al Mar Morto. Quando si videro perduti, tutti i 960 Zeloti si diedero la morte. Gli Zeloti difendevano ferocemente i precetti della Legge mosaica, così come anche lo stile di vita ebraico ed il nazionalismo israelita. In particolare gli Zeloti erano molto interessati nel difendere la Giudea dal dominio dei Romani, che venivano considerati idolatri e quindi nemici dell'ebraismo. Spesso venivano chiamati anche Sicarii, dal momento che andavano in giro con i pugnali (sicæ) nascosti sotto la cappa e che venivano utilizzati dagli Zeloti per ferire o persino uccidere chiunque fosse colto a compiere sacrilegi, atti offensivi o anche omissioni nei confronti della fede giudaica. Fonti sull'origine del movimento zelota sono le testimonianze convergenti di Giuseppe Flavio e dell'evangelista Luca: « In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questo colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili » (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II - 12)
Gli Zeloti hanno sostenuto la violenza contro i Romani, i loro collaboratori Ebrei ed i Sadducei per aver razziato i loro approvvigionamenti e ostacolato le altre attività della causa zelota. La testimonianza dello storico ebreo sulla dottrina degli zeloti è interessante: « Giuda il Galileo introdusse una quarta setta i cui membri sono in tutto d'accordo con i Farisei, eccetto un invincibile amore per la libertà che fa loro accettare solo Dio come signore e padrone. Essi disprezzano i diversi tipi di morte e i supplizi dei loro parenti e non chiamano nessun uomo signore. » (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII, 23)
È facile desumere da qui che lo zelotismo non è che un fariseismo estremo, che coinvolge il piano politico assieme a quello religioso per il fatto di non obbedire ad altri che a Dio. I termini che indicano i combattenti messianisti (chrestianoi in greco) sono:
- in ebraico: Qanana (Cananei) e Bariona,
- in greco: Zelotes e Lestes,
- in latino: SicariiLatrones e Galilaei (Sicari, Ladroni e Galilei).
Si presenta piuttosto articolata la questione circa il coinvolgimento di alcuni apostoli di Gesù negli Zeloti o Sicarii:
Giuda detto Iscariota, nel caso fosse vera l'equivalenza tra Iscariota e Sicario,
Simone detto Pietro nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di Bariona,
Simone il Cananeo chiamato sempre Simone lo Zelota nel Vangelo di Luca, per distinguerlo da Simone Pietro. Interpretando un passo del vangelo di Luca nel quale Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni chiedono a Gesù il permesso di incendiare un villaggio di samaritani dal quale il Cristo e i suoi seguaci erano stati respinti, lasciando intendere fosse quella la norma di comportamento (atteggiamento che si discosta dalla visione odierna di Cristo e i suoi Apostoli, più vicina invece all'idea che ancora è rimasta per gli Zeloti e gli Esseni e la parola “sicario” ad essi associata e tuttora in uso).
Negli Atti degli Apostoli, il fariseo Gamaliele, accomuna la situazione degli apostoli appena arrestati alla storia di due capi zeloti, Giuda il Galileo e Teuda: Atti 5,33-39.
Secondo gli studi di Eisemann sembrerebbe, ma non è certo, che l'elemento zelota nell'originale gruppo di apostoli sia stato mascherato e sovrascritto per dar modo alla Chiesa cristiana di Paolo di Tarso di assimilarsi all'elemento romano e di far proseliti tra i gentili. Universalmente riconosciuto come zelota da ambienti ecclesiastici e accademici è Simone il Cananeo.
Altre sette emersero in questo periodo, come i primi Cristiani a Gerusalemme ed i Terapeuti in Egitto.
Secondo il “De vita contemplativa” di Filone, i Terapeuti furono una comunità religiosa giudaica avente la sua sede principale presso il lago Mareotide, nelle vicinanze di Alessandria d'Egitto e vivente secondo norme che Filone descrive ed esalta come esempio "vita contemplativa".
Le testimonianze più note sui Farisei sono costituite dal Nuovo Testamento e dalle opere dello storico Flavio Giuseppe (il cui nome ebraico era Joseph ben Matthias, 37 - ca. 100 e.v.), egli stesso dichiaratosi Fariseo. Giuseppe stimava la popolazione totale dei farisei prima della distruzione del Secondo tempio a circa 6.000 persone e affermava inoltre che i farisei ricevessero il supporto del popolino, contrariamente alla più elitistica corrente dei sadducei: « Per questi (insegnamenti) hanno un reale ed estremamente autorevole influsso presso il popolo; e tutte le preghiere e i sacri riti del culto divino sono eseguiti conforme alle loro disposizioni. La pratica dei loro altissimi ideali sia nel modo di vivere sia nei ragionamenti, è l'eminente tributo che gli abitanti delle città pagano all'eccellenza dei Farisei. » (Antichità giudaiche, 18:15)
I farisei si attribuivano autorità mosaica nelle loro interpretazioni delle Legge ebraiche (Halakhah), mentre i sadducei rappresentavano l'autorità dei privilegi sacerdotali e delle prerogative stabilite sin dai tempi di Salomone, quando Zadok, loro avo, officiava come Sommo Sacerdote. Il termine "popolo" usato da Flavio Giuseppe indica chiaramente che la maggioranza degli ebrei erano "semplicemente popolo ebraico", separandoli e rendendoli indipendenti dai principali gruppi liturgici (da lui descritti nel Libro XVIII). Il Nuovo Testamento inoltre fa spesso riferimento alla gente comune, al popolo, indicando che l'identità ebraica era indipendente e più forte di questi gruppi. Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso asserisce che dei cambiamenti si erano verificati nelle sette liturgiche della diaspora, identificandosi tuttavia ancora come "giudeo" o "ebreo", « circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge » (Filippesi 3:5), ed esistono inoltre numerosi riferimenti nel Nuovo Testamento a Paolo di Tarso come Fariseo prima della sua conversione al cristianesimo. La relazione tra primo cristianesimo ed i farisei non è stata sempre ostile: per esempio Gamaliele viene spesso citato quale leader farisaico favorevole ai cristiani. Gli autori dei Vangeli presentano Gesù come duro contestatore di alcuni Farisei e altri appaiono coinvolti in conflitti con Giovanni Battista e con Gesù, nonché con Nicodemo il Fariseo (Giovanni 3:1) che, insieme a Giuseppe d'Arimatea, aiutò a deporre il corpo di Gesù nella tomba (19,39-42) a grande rischio personale. Gamaliele, il rinomato rabbino e difensore degli apostoli, era anch'egli un fariseo e, secondo alcune tradizioni cristiane, si convertì segretamente al cristianesimo. 
Il Nuovo Testamento, particolarmente i Vangeli sinottici, presenta la dirigenza dei farisei come ossessionata da regole artificiali (in particolare in materia di purezza), mentre Gesù è più interessato all'amore di Dio; i farisei disprezzano i peccatori mentre Gesù li cerca. (Il Vangelo di Giovanni, che è l'unico vangelo in cui è menzionato Nicodemo, in particolare ritrae la setta come divisa e disposta a discutere). A causa delle frequenti rappresentazioni nel Nuovo Testamento dei farisei come attaccati alle regole e boriosi, la parola "fariseo" (e suoi derivati) è entrata in uso quasi comune a descrivere una persona ipocrita e arrogante, che pone la lettera della legge prima dello spirito.
Faresei visti dai Cristiani non Ebrei.
Ad oggi quindi il termine Fariseo nel linguaggio parlato non denota più un membro della setta religiosa ebraica, ma piuttosto una persona falsa, cattedratica, che guarda più alla forma delle proprie azioni e di quelle degli altri piuttosto che alla loro sostanza. La connotazione fortemente negativa del termine deriva principalmente dal fatto che Gesù usava spesso rimproverare i Farisei e inveire contro il loro comportamento (sebbene Gesù fosse anche stato ospitato a pranzare da uno di loro, in quanto essi si consideravano essere i "maestri della Legge"; in secondo luogo, ciò deriva anche dalle lotte interne di gruppi e sette giudaiche esistite in contemporanea con quella dei farisei (tra cui i giudeo-cristiani) e che sarebbero state soppresse solo dopo la rivolta di Bar Kokheba. Gli Ebrei di oggi, che sono fedeli all'ebraismo farisaico, tipicamente lo trovano insultante e alcuni considerano l'uso della parola come antisemita. Alcuni hanno ipotizzato che Gesù stesso fosse un fariseo e che i suoi argomenti coi farisei erano un segno di inclusione piuttosto che di fondamentale conflitto (il dibattito e la disputa erano modalità narrative dominanti usate nel Talmud come ricerca della verità e non necessariamente un segno di opposizione o ostilità). L'enfasi di Gesù ad amare il prossimo (si veda il Comandamento dell'amore), per esempio, fa eco all'insegnamento della scuola di Hillel. Le opinioni di Gesù sul divorzio (Matteo 5), tuttavia, sono più vicine a quelle della scuola di Shammai, un altro fariseo.
Altri sostengono che il ritratto dei Farisei nel Nuovo Testamento sia una caricatura anacronistica. Sebbene una minoranza di studiosi seguano l'Ipotesi agostiniana per il problema sinottico, la maggior parte dei biblisti datano la composizione dei vangeli cristiani tra il 70 e il 100 e.v., nel tempo dopo che il cristianesimo si era separato dal giudaismo (e dopo che farisaismo era emerso come la forma dominante). Piuttosto che un resoconto accurato delle relazioni di Gesù coi farisei e altri leader ebrei, questo punto di vista sostiene che i Vangeli riflettano invece la competizione e il conflitto tra primi Cristiani e Farisei per la guida degli Ebrei, o rappresenti i tentativi dei cristiani di defilarsi dagli ebrei al fine di presentarsi in una luce più favorevole (e benigna) ai romani e agli altri pagani, rendendoli quindi una fonte tendenziosa in merito al comportamento dei farisei.
Esempi di passi controversi sono la storia di Gesù che dichiara perdonati i peccati di un uomo paralitico ed i farisei che chiamano tale azione una bestemmia (Marco 2). Nella storia, Gesù ribatte l'accusa di non avere il potere di perdonare i peccati e quindi li perdona, guarendo l'uomo. I cristiani interpretano la parabola del paralitico come dimostrazione che gli insegnamenti "costruiti" dai farisei avevano così "accecato i loro occhi" e "indurito i loro cuori", da farli perseverare nel rifiuto (a differenza delle folle) di accreditare la sua autorità. Di conseguenza, il Nuovo Testamento descrive Gesù che affronta quella che egli reputa essere una saccenteria sentenziosa non-scritturale dei farisei in merito al peccato, alla infermità e alla malattia.
Alcuni storici tuttavia notano che le azioni di Gesù siano in verità simili e consistenti con le credenze e pratiche ebraiche del tempo, come riportate dai rabbini, che comunemente associano la malattia al peccato e la guarigione al perdono. Gli ebrei (secondo E. P. Sanders) respingono l'idea neotestamentaria che la guarigione sia stata criticata o disapprovata dai farisei, poiché non esiste fonte rabbinica che metta in questione o condanni tale pratica. Un'altra argomentazione asserisce che, secondo il Nuovo Testamento, i farisei volessero punire Gesù per aver guarito la "mano inaridita" di un uomo durante lo Shabbat (Marco 3), ma nessuna regola rabbinica è stata trovata secondo cui Gesù avrebbe violato lo Shabbat.
Alcuni biblisti credono che quei passi del Nuovo Testamento che appaiono più ostili contro i farisei, siano stati scritti dopo la distruzione del Tempio di Erode nel 70 e.v. Solo il cristianesimo e il farisaismo sopravvissero alla distruzione del Tempio e i due rivaleggiarono per un breve periodo di tempo, fino a quando i farisei emersero come la forma dominante dell'ebraismo. Quando molti Ebrei non si convertirono, i Cristiani cercarono nuovi convertiti tra i pagani.
Cristiani dovevano spiegare perché i convertiti dovessero ascoltare loro piuttosto che gli ebrei non messianici in merito alla Bibbia ebraica, e si dovevano inoltre dissociare dagli ebrei ribelli, che tanto spesso respingevano l'autorità romana e l'autorità in generale, venendo così percepiti come avessero presentato una storia di Gesù più in sintonia coi romani che con gli ebrei.

50 e.v. Primo concilio dei Cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed Etno-cristianesimo (o Cristianesimo dei Gentili, non Ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal Giudaismo le sue Sacre scritture tradotte in greco ellenistico lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo, forme del culto (incluso il sacerdozio), concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Forse il Cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei .
Il concilio di Gerusalemme fu un'importante riunione delle cosiddette colonne della chiesa cristiana del periodo apostolico ed ebbe luogo intorno al 50 e.v. (d.C.).
Fra la Chiesa di Gerusalemme e Paolo di Tarso si giunse all'accordo ufficiale sulla ripartizione delle missioni:
- i gerosolimitani (i seguaci di Giacomo il Minore "fratello del Signore") e Pietro per i giudeo-cristiani circoncisi e
- Paolo per i gentili (non ebrei) provenienti dal paganesimo.
Il Concilio viene presieduto da Giacomo il Minore e da Pietro, quest'ultimo dopo un'accesa disputa tra le diverse fazioni:
- una che avrebbe voluto imporre la legge mosaica ai pagani convertiti e
- l'altra che considerava questa proposta iniqua e richiamò così tutto il collegio a rispettare la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi in occasione della sua visita a Cornelio, dove lo Spirito Santo era disceso anche sui pagani non facendo «alcuna distinzione di persone».
Dopo Pietro intervennero Paolo e Barnaba, i più attivi evangelizzatori dei Gentili. Infine prese la parola anche Giacomo il Minore, capo della Chiesa di Gerusalemme (probabilmente, in un primo tempo, il leader di quanti volevano imporre la legge mosaica, come traspare anche nella lettera di S. Paolo ai Galati) che, richiamandosi a Pietro, aggiunse la proposta di una soluzione di compromesso che prevedeva la prescrizione ai pagani convertiti di pochi divieti tra cui l'astensione dal nutrirsi di cibi immondi e dalla fornicazione.
Gli Atti degli Apostoli e la Lettera ai Galati presentano, da due punti di vista diversi, il primo problema dottrinale del cristianesimo nascente, che in sintesi può essere così espresso:
- Il cristianesimo è solo una filiazione, un ramo del giudaismo? Oppure è qualcosa di diverso, di discontinuo con la tradizione giudaica? (e dunque è qualcosa di nuovo).
- Di conseguenza, il cristianesimo è riservato a chi è divenuto un proselita del giudaismo? Oppure è possibile essere seguaci di Cristo senza osservare i rituali e le tradizioni della fede giudaica? Cioè per essere cristiani bisogna prima essere ebrei, oppure possono diventare cristiani anche i non ebrei?
È evidente che dalla risposta ai quesiti dipende l'universalità del messaggio di Cristo. E ancora:
- se un cristiano doveva essere circonciso, allora il sacrificio di Cristo perdeva di valore e la redenzione veniva drasticamente ridotta di significato e subordinata all'osservanza della Legge. Non si trattava più di Grazia ma del risultato delle opere legalistiche dell'uomo. Non si trattava del mettere in atto l'etica cristiana, ma del concetto che portava a ritenere opere meritorie quelle che attenevano ai rituali ed ai cerimoniali dell'ebraismo. Quando Pietro ritornò da Ioppe a Gerusalemme, venne contestato dai Cristiani circoncisi” (Atti 11:1-3) per il fatto di essere entrato in casa di pagani incirconcisi, e questo dimostra il persistere della diffidenza nei confronti degli esterni al mondo giudaico; pur tuttavia questi si rallegrarono quando egli spiegò loro che quelli avevano ricevuto la stessa Grazia e la stessa benedizione.
Paolo di Tarso riferisce (Lettera ai Galati, 2) di un episodio avvenuto ad Antiochia nel corso di una visita di Pietro che, mentre prima manifestava comunione con i credenti gentili, appena arrivarono da Gerusalemme quelli provenienti da Giacomo, si intimorì e se ne stette in disparte provocando infine la dura reazione di Paolo. Nello stesso capitolo Paolo definisce Pietro apostolo dei circoncisi se stesso quello degli incirconcisi, intendendo con ciò una vocazione più etnica che religiosa. Questo «scontro» tra Pietro e Paolo manifesta una dialettica interna alla Chiesa nascente, che andava necessariamente chiarita.
Il concilio di Gerusalemme evidenzia chiaramente che tutta la problematica non nasceva da posizioni preconcette degli apostoli (che pur c'erano), ma era frutto del massiccio ingresso di Farisei convertiti nella comunità paleocristiana di Gerusalemme (Atti 15:5).
L'intransigenza tipica dei Farisei provocava e manteneva viva la diatriba. Proprio alcuni di essi erano andati ad Antiochia, ambiente “sospetto” perché ellenista, per fare opera di proselitismo tra i credenti perché si circoncidessero; erano stati ancora loro a far recedere Pietro dall'aver comunione con i credenti non circoncisi quando questi si recò in visita nella fiorente comunità; e fu sempre loro la richiesta di circoncidere tutti quelli che avevano accompagnato Paolo e Barnaba venuti da Antiochia a Gerusalemme proprio per discutere del serio problema dell'obbligatorietà o meno della circoncisione per i cristiani.
La Giudea con le sue città nel 62 p.e.v.
Lo svolgimento del dibattito, pur nella sintetica relazione lucana, (Luca evangelista, Antiochia di Siria, 10 circa - Tebe?, 93 circa, venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento) evidenzia tutto questo e dimostra inoltre come la comunità di Gerusalemme avesse una conduzione collegiale. E Pietro, pur sempre pronto a parlare per primo, non fosse comunque colui che tirava le somme o le conclusioni, cosa che invece faceva Giacomo. La formula di concordia del concilio di Gerusalemme di Atti 15 dimostra, comunque, che il problema venne superato solo in parte, perché di fatto una divisione rimase e ne troviamo traccia nella maggior parte delle Lettere di San Paolo, nelle quali risalta la sua continua lotta contro le problematiche create nelle Chiese dai Cristiani Ebrei che volevano salvaguardare la Legge ebraica. Agli inizi dell'era cristiana, a Roma si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione scoraggiava le adesioni maschili.
Successivamente, la Chiesa post apostolica lentamente si organizzò attorno ai cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

66 - 70 e.v. - Prima guerra giudaica contro l'occupazione romana, conclusasi con la distruzione del Secondo Tempio e la caduta di Gerusalemme. 1.100.000 persone vengono uccise dai romani durante l'assedio e 97.000 catturate e portate in cattività come schiavi. Il Sinedrio viene trasferito a Yavne da Jochanan Ben Zakkai (Concilio di Jamnia). Il Fiscus iudaicus viene imposto su tutti gli ebrei dell'Impero Romano, che abbiano o meno partecipato alla rivolta. Le cause delle tre rivolte giudaiche (o guerre giudaico-romane) vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppate le teorie apocalittiche e premessianiche che trovarono ampio spazio nella letteratura di quei tempi, in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente, in epoca romana, avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico, che avrebbe preceduto la comparsa del Messìa, il quale avrebbe guidato la guerra finale fra il bene e il male. Daniele, vissuto nell’epoca babilonese, avrebbe scritto una serie di profezie alle quali, in epoca più recente, furono aggiunte interpretazioni di colorazione apocalittica con i particolari delle guerre tra i Seleucidi e i Lagidi. Un redattore ignoto avrebbe pubblicato il libro così aggiornato ad uso dei Giudei dell’epoca maccabeica (II sec. p.e.v.).
Nel suo libro, Daniele presenta il quadro storico nell'ottica della sua profezia, con precisazioni assolutamente insolite nell’antica letteratura profetica, ma consone allo stile apocalittico in voga negli ultimi secoli prima dell’èra cristiana. Ispirandosi agli eventi del passato, l’autore ne rileva il significato nello spirito dei profeti antichi e lo proietta nel futuro. Nell’avvicendarsi dei grandi imperi e nelle vessazioni da esso subite, il popolo d’Israele è rimasto indenne, manifestando la presenza di Dio che lo ha protetto. Così accadrà anche per il futuro, quando il Messia verrà a debellare definitivamente le potenze malefiche. L’Apocalisse di Giovanni prolungherà questa prospettiva fino alla fine dei tempi. Gesù si approprierà il misterioso titolo di “Figlio dell’uomo”, usato per la prima volta da Daniele per il Messia.
Tornando alla prima guerra giudaico-romana, va precisato che Gerusalemme cadde soprattutto a causa della terribile guerra civile che la devastò.
Secondo Filone di Alessandria, nel 40 l'imperatore romano Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le proprie fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un dio e pretendendo quindi di essere venerato; chi si fosse opposto sarebbe stato mandato a morte. All'ordine imperiale si sarebbero opposti i Giudei, comunicando al legato del territorio di Siria, che incorporava la Giudea, che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo, in quanto la loro legge e i loro costumi vietavano di porre nel Tempio immagini di divinità. Seguì poi la morte di Caligola nel 41. Successive opere, come il Quarto libro dei Maccabei, descrivono una resistenza civile dei giudei e non armata all'oppressione romana. Dopo il 44, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vi furono altre cause di scontento nella popolazione: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione dei Giudei all'aristocrazia, sia laica che sacerdotale, sempre più corrotte. Tali condizioni avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica, come preannunciato nel Libro di Daniele, in special modo, con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci.
Nel 66, il procurator Augusti della Giudea, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando una forte opposizione da parte degli ebrei, mandò avanti i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. In seguito Floro, con il pretesto di ottenere una dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano che si stavano dirigendo a Gerusalemme da Cesarea. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora questa avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione. Le coorti, facendo uso della forza per raggiungere la fortezza Antonia, il forte di Gerusalemme a ridosso del Tempio, vennero assalite dalla popolazione, perciò Floro, sedata l'agitazione, disse che sarebbe partito da Gerusalemme per andare a Cesarea, lasciando un presidio all'Antonia.
Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Dopo la visita a Gerusalemme degli ispettori di Cestio, che diede ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali diedero inizio alla guerra occupando Masada e sterminandone la guarnigione romana, mentre Eleazaro ben Simone, sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta di Gerusalemme. I rivoltosi, guidati da un certo Menahem, incendiarono gli edifici romani della città, mentre il sommo sacerdote del Tempio, Anania, venne assassinato fuori città. Menahem venne ucciso a sua volta quando fu raggiunto dagli uomini di Eleazaro, e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada.
A Cesarea, Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, fatto che fece estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda senza pietà. Ad Alessandria scoppiarono altri tumulti, ma Tiberio Alessandro, governatore della città, li sedò violentemente. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione; partendo da Tolemaide saccheggiò diverse zone della Giudea e, quando giunse a Seffori, affrontò un gruppo di rivoltosi, sconfiggendolo. Di qui si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la festa delle capanne; i rivoltosi vinsero il primo scontro, ma vennero sconfitti nel secondo, così Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. A causa dell'indugio di Cestio, molti Giudei giunsero dalle regioni circostanti in soccorso dei rivoltosi e lo obbligarono a ritirarsi frettolosamente; pochi giorni dopo l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto tra Bethoron e Antipatride, e Cestio stesso si salvò con difficoltà.
I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro ben (figlio di) Simone la guida della rivolta, che organizzò la difesa e la gestione delle diverse regioni, affidate ai suoi uomini più fedeli. In questo periodo emerge la figura di Giovanni di Giscala, figlio di un certo Levi, capo di una nuova fazione di rivoltosi che complottò contro Giuseppe ben Mattia (Joseph ben Matthias, che divenne poi lo storico romanizzato Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro.
Si arrivò così all'occupazione di Gerusalemme da parte di Giovanni ben Levi di Giscala e dei suoi briganti... ma non solo. Giovanni andava in giro ad istigare il popolo alla guerra, facendo credere che avessero speranze di vittoria, presentando come debole la posizione dei Romani, esaltando invece la propria forza, sostenendo che "nemmeno se avessero messo le ali, i Romani avrebbero mai potuto superare le mura di Gerusalemme". E mentre il comandante Tito, figlio del generale Vespasiano, faceva ritorno a Cesarea Marittima, la rivolta in Gerusalemme prendeva l'avvio, sobillata dalla gente del contado. Contemporaneamente Vespasiano si recava a Iamnia e ad Azoto, le sottometteva e vi collocava una guarnigione, per poi far ritorno a Cesarea con un gran numero di Giudei venuti a patti. C'era poi, tra i Giudei una grande confusione, poiché quando questi ottenevano un po' di tregua dai Romani, si battevano tra di loro, chi a favore della pace e chi della guerra. Successe anche che alcuni capi banda, ormai sazi di depredare il territorio, si riunirono in un grande esercito formato da briganti e riuscirono a penetrare in Gerusalemme. La città non possedeva, infatti, un suo comando militare e, per tradizione, era aperta senza riserve ad ogni giudeo, soprattutto in quel momento, quando la gente arrivava spinta dal desiderio di trovare nella capitale una difesa comune. Ciò fu anche causa della rovina della città, poiché quella massa inutile e oziosa consumò tutte le riserve di cibo che avrebbero potuto mantenere i combattenti, attirando sulla città, oltre alla guerra, anche rivolte interne e fame. Provenienti dal contado entrarono, infine, in città altri briganti che, aggregatisi a quelli già presenti, non si limitarono al furto e alla rapina, ma anche all'assassinio a cominciare dalle persone più eminenti. Essi cominciarono con l'imprigionare Antipa, uno dei membri della famiglia reale, a cui era stato affidato il tesoro pubblico; poi fu la volta di Levia, uno dei notabili, e Sifa figlio di Aregete, anch'essi di stirpe regia, oltre a tutti quelli che ricoprivano cariche importanti. Molti di questi vennero poi messi a morte per evitare che le loro numerose casate potessero vendicarsi e che quindi il popolo insorgesse contro tale iniquità. Essi erano riusciti a contrastare il potere e le antiche tradizioni dei sommi sacerdoti. Si facevano chiamare Zeloti e fecero del grande Tempio il loro quartier generale. Ma ciò non durò a lungo, poiché il popolo, incitato da Gorion, ben (figlio di) Giuseppe, da Simeone ben (figlio di) Gamaliel e dai più autorevoli tra i sommi sacerdoti (tra cui Gesù  ben (figlio di) Gamaliele e Anano ben (figlio di) Anano), insorse contro la loro tirannide. Ciò condusse all'inevitabile scontro tra il popolo di Gerusalemme, più numeroso, e gli Zeloti, inferiori di numero ma meglio addestrati ed armati.
Giuseppe Flavio racconta che le vicende successive videro il popolo di Gerusalemme, posto sotto l'alto comando del sommo sacerdote Anano, richiedere l'aiuto dei Romani (o forse si trattava solo di una diceria messa in circolazione da Giovanni ben Levi di Giscala), mentre gli Zeloti chiesero aiuto agli Idumei, che poterono radunare ben 20.000 armati, sotto il comando di Giovanni ben Levi di Giscala, Giacomo ben (figlio di) Sosa, Simone ben (figlio di) Tacea e Finea ben (figlio di) Clusoth.
E così, una volta giunti gli Idumei, gli Zeloti si trovarono assediati dal popolo di Gerusalemme, che a sua volta era assediato dagli Idumei. Questi ultimi, con il calare della notte e grazie ad un provvidenziale temporale, riuscirono ad introdursi all'interno delle mura cittadine, raggiungendo il grande Tempio, dove li attendevano gli Zeloti. Insieme si precipitarono per le vie di Gerusalemme, pronti a massacrare la popolazione residente. La battaglia che ne seguì vide, inizialmente il popolo riuscire a respingere le forze alleate straniere, ma poi soccombere tragicamente alla miglior preparazione militare dei due alleati.
« Il piazzale davanti al Grande Tempio fu trasformato in un lago di sangue, e il giorno nacque sopra ottomila e cinquecento cadaveri. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.1.313)
Ancora Giuseppe Flavio racconta del terribile massacro che ne seguì: « Ma ciò non bastò ad appagare il furore degli Idumei, che, una volta entrati in città, la depredarono, casa per casa, uccidendo chiunque avessero incontrato. [...] poi diedero la caccia ai sommi sacerdoti [...] In poco tempo riuscirono a catturarli e li uccisero. Quindi, accalcandosi presso i loro cadaveri, sbeffeggiavano il corpo di Anano per il suo amor di patria e quello di Gesù per il suo discorso dalle mura. Giunsero ad un tale livello di follia, da gettare i loro corpi senza seppellirli [...] Non credo di sbagliare a dire che la morte di Anano segnò l'inizio della distruzione di Gerusalemme [...] » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.2.315-318)
« Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage, quasi fossero un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto, subito dopo essere stata catturata, mentre i giovani nobili, una volta catturati, erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire piuttosto che schierarsi contro i propri compatrioti, dalla parte di quella feccia. Tremende furono le pene che dovettero sopportare, dopo ogni rifiuto: vennero flagellati e torturati, e quando erano ormai stremati, a stento gli toglievano la vita. Quelli che erano catturati di giorno, venivano massacrati di notte, ed i loro cadaveri venivano trasportati fuori e gettati lontano per far posto ad altri prigionieri. Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere o disperarsi apertamente per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto dopo essersi rinchiusi in casa, gemendo stando attenti a non farsi sentire, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subìto la stessa sorte del compianto. [...] Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.3.327-333)
E dopo questa strage, gli Indumei, pentiti di essere stati coinvolti in questo modo dagli Zeloti, temendo inoltre la reazione dei Romani, preferirono mettere in libertà circa duemila cittadini rinchiusi in carcere, che prontamente fuggirono dalla città raggiungendo Simone, mentre, subito dopo, si ritirarono da Gerusalemme tornandosene nei loro territori. La loro partenza non produsse però la cessazione delle ostilità tra il popolo e gli Zeloti, che al contrario continuarono a commettere terribili delitti con rapidità fulminea. Le loro vittime erano per lo più uomini coraggiosi e nobili.
E mentre queste cosa accadevano a Gerusalemme, molti ufficiali romani, considerando una fortuna inaspettata il dissenso scoppiato fra i nemici, erano favorevoli a marciare sulla città, incitando il loro comandante in capo, Vespasiano, ad intervenire il più rapidamente possibile. Ma Vespasiano rispose che, non erano questi i ragionamenti da fare, poiché, qualora si fosse mosso subito contro la città, avrebbe indotto le due fazioni giudee a trovare un accordo e conciliarsi; in caso contrario, se avesse saputo aspettare, li avrebbe trovati ridotti di numero a causa della guerra civile prodottasi all'interno della città. Questo è quanto Vespasiano disse ai suoi ufficiali: « Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.)
E così, mentre le schiere nemiche si assottigliavano, Vespasiano avrebbe potuto utilizzare un esercito più forte, grazie all'opportunità di poter evitare di combattere e quindi, di affaticarsi inutilmente. I Giudei, infatti, non stavano cercando di fabbricare nuove armi o consolidare le proprie mura o raccogliere alleati, tanto che un rinvio dello scontro sarebbe risultato a danno delle armate romane ma, consumati dalla guerra civile e dalla discordia, subivano quotidianamente perdite maggiori di quelle che avrebbero subito se fossero stati attaccati dai Romani. Conveniva, pertanto, lasciare che si sterminassero a vicenda. Gli ufficiali alla fine riconobbero la validità delle argomentazioni di Vespasiano, anche perché la cosa risultò ancor più palese quando un gran numero di disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti, con gravi disagi e rischi. Frattanto Giovanni ben Levi di Giscala, aspirava al dominio assoluto tra gli Zeloti, insofferente com'era di avere uguale dignità a quella dei suoi pari. Egli contravveniva sempre agli ordini emanati dagli altri, mentre diventava inflessibile e chiedeva il rispetto assoluto di quelli emanati da egli stesso. Ciò creò due fazioni avverse all'interno degli Zeloti poiché se da un lato riuscì a guadagnarsi la simpatia di molti, rimase elevato il numero di quelli a lui ostile, che temevano Giovanni potesse instaurare un suo regime monarchico, se si fosse impadronito del potere. E così Giovanni cominciò a comportarsi come un re nemico nei confronti dei suoi avversari, seppure non in modo aperto. Al contrario, le due fazioni degli Zeloti si limitavano ad un vicendevole controllo. La loro rivalità si sfogava sul popolo, facendo quasi a gara a chi lo tartassasse maggiormente, tanto che il popolo, se avesse potuto scegliere il male minore, tra la guerra, l'oppressione e la lotta delle fazioni, avrebbe certamente scelto la guerra. Ciò portò da parte di molti a cercare rifugio presso le popolazioni straniere, compresi i Romani. E poiché la sorte non sembrava arridere ai Giudei, sopraggiunse una nuova sventura. Non lontano da Gerusalemme si trovava la munitissima fortezza di nome Masada, fatta costruire dal re Erode il Grande tra il 37 ed il 31 e.v. per nascondervi i suoi tesori, al riparo in caso di guerra e per immagazzinarvi tonnellate di riserve alimentari e d'acqua. Questa fortezza era stata occupata da una banda detta dei Sicarii, che fino a quel momento si era limitata a saccheggiare il territorio limitrofo, rubacchiando solo lo stretto necessario per vivere, poiché la paura conteneva la loro voglia di estendere le loro rapine. Quando però seppero che l'esercito romano non si muoveva e che Gerusalemme era dilaniata dalla guerra civile, si decisero ad intraprendere azioni a più largo raggio. Il giorno della festa degli Azzimi, che i Giudei celebravano in ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, i predoni di Masada didedero l'assalto ad una cittadina di nome Engadde, compiendo un terribile massacro, dove persero la vita anche settecento tra donne e bambini. Svuotarono, quindi, le case e s'impadronirono dei prodotti agricoli più maturi, trasportando tutto il bottino a Masada. Poi fu la volta di tanti altri villaggi nei dintorni della fortezza, i quali furono presi d'assalto, mentre le fila di questi briganti andavano ad ingrossarsi per il continuo arrivo di ogni genere di feccia, proveniente da ogni parte. Ciò provocò anche in altre regioni della Giudea l'insorgere di tante altre bande, che fino a quel momento erano rimaste tranquille. E così la guerra civile fece sì che i briganti potessero compiere ogni tipo di rapina o saccheggio con grandissima rapidità, senza che nessuno potesse bloccarli o punirli. Non c'era infatti territorio della Giudea che non fosse stato devastato, come lo era, invece per altri motivi, quello della sua capitale, Gerusalemme.
Roma, particolare dell'arco di Tito con la razzìa al secondo
Tempio di Gerusalemme: si riconosce la Menorah.
Si arrivò poi alla presa di Gerusalemme da parte dei romani, comandati da Tito.
In tutto questo riepilogo è importante comprendere la responsabilità degli Zeloti riguardo alla fine della sovranità giudaica.
L'assedio di Masada è stato l'episodio che ha concluso la prima guerra giudaica, nel 73. Masada (o Massada, o Metzadain ebraico) era un'antica fortezza, situata su una rocca a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme. Nel 66, Masada era stata conquistata da un migliaio di Sicarii che vi si insediarono con donne e bambini; quattro anni dopo (nel 70), una volta caduta Gerusalemme, vi trovarono rifugio gli ultimi strenui ribelli Zeloti non ancora disposti a darsi per vinti. Al governo della Giudea, successe Lucio Flavio Silva, poiché Sesto Lucilio Basso morì improvvisamente nel 72. Il nuovo governatore, avendo osservato che tutto il  paese era stato sottomesso tranne l'unica fortezza di Masada, ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Masada era stata occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar ben Yair, un uomo potente, discendente da quel Giuda che aveva persuaso molti Giudei a sottrarsi al censimento fatto nel 6-7 e.v. da Publio Sulpicio Quirinio in Giudea. L'esercito romano, guidato da Lucio Flavio Silva, affrontò in un arduo assedio questo nutrito gruppo di ribelli, che si erano arroccati in questa fortezza, considerata inespugnabile a cagione delle avversità che presentava il luogo nei confronti degli assedianti. Nonostante ciò i Romani conquistarono la cittadella trovandovi i cadaveri di quasi tutti gli assediati, fatto dovuto ad un suicidio di massa per non rinunciare alla propria libertà.
La maggioranza delle notizie di cui disponiamo, riguardo alla prima guerra giudaico-romana, sono di prima mano, essendo state fornite dallo storico giudeo Giuseppe Flavio, che partecipò alla rivolta quando ancora aveva il nome di Joseph ben Matthias. 
Joseph ben Matthias,
Giuseppe Flavio.
Egli, quando scoppiò la rivolta, partecipò attivamente ottenendo l'incarico di dirigere la resistenza contro i romani nella Galilea settentrionale. Qui, dopo aver resistito per 47 giorni a Iotapata, si arrese alle truppe di Tito e Vespasiano. Una volta davanti a loro, predisse che sarebbero stati imperatori, cosa che gli assicurò la loro protezione; Flavio sarà per questo sempre molto positivo nei giudizi verso i due personaggi. Flavio attribuisce la rivolta alla follia dei ribelli, soprattutto alle frange più estreme, senza tacere sul malgoverno dei prefetti romani; ma se non tace su quest'ultimi salva però l'impero come istituzione. I peccati dei ribelli avevano indotto Dio ad abbandonare Israele per Roma; Dio aveva abbandonato i ribelli che non si erano resi conto dell'assurdità di contrapporsi alla potenza mondiale. Giuseppe afferma che Daniele era stato il più grande dei profeti e aveva previsto le disgrazie del 66-70. Traspare dunque la convinzione della provvisorietà dell'impero romano e della sua identificazione col regno messianico; ciò che distingueva Giuseppe dai ribelli era la valutazione del momento in cui sarebbe avvenuta la guerra tra bene e male.

70 - 200 e.v. - Periodo dei Tannaim, rabbini che organizzano e delucidano la Legge Orale ebraica.

73 e.v. - Evento conclusivo della Grande rivolta giudaica con la caduta di Masada.

Domini dell'Impero Romano in Medio Oriente nell'80 e.v. con la dislocazione
delle legioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Il Cristianesimoavviatosi come setta giudaica, sviluppa propri testi e ideologie e soprattutto non impone la Legge Ebraica (come l'obbligo della circoncisione, segno tangibile del patto con Dio), allontanandosi progressivamente dal Giudaismo per diventare poi una religione distinta nella seconda metà del II secolo e.v. Dopo la prima guerra giudaico-romana, i rivoluzionari come gli zeloti erano stati schiacciati dai romani e avevano poca credibilità (gli ultimi zeloti morirono a Masada nel 73). Allo stesso modo, i sadducei, i cui insegnamenti erano stati così strettamente connessi al Tempio, scomparvero con la distruzione del Secondo Tempio nel 70. Anche gli esseni scomparvero, forse perché i loro insegnamenti divergevano notevolmente dalle problematiche di quei tempi, o forse perché erano stati saccheggiati dai Romani a Qumran. Di tutte le principali sette del Secondo Tempio solo i farisei rimasero preponderanti, presentando insegnamenti diretti a tutti gli ebrei che potevano sostituire il culto del Tempio. Tali insegnamenti si estesero oltre le pratiche rituali. Secondo una midrash classica in Avot D'Rabbi Nathan (4:5):
« Il Tempio è distrutto. Non abbiamo mai assistito alla sua gloria. Ma il rabbino Joshua sì. E un giorno, quando guardò le rovine del Tempio, scoppiò in lacrime. "Guai a noi! Il luogo che espiava i peccati di tutto il popolo di Israele è in rovina!" Poi Rabbi Jochanan Ben Zakkai disse queste parole di conforto: "Non essere addolorato, figlio mio. C'è un altro modo di guadagnarsi l'espiazione rituale, sebbene il Tempio sia distrutto. Ora dobbiamo ottenere l'espiazione rituale attraverso atti di bontà amorevole." » (Avot D'Rabbi Nathan 4:5)
Dopo la distruzione del Tempio, Roma governò la Giudea tramite un Procuratore a Cesarea e un patriarca ebreo, riscuotendo inoltre il Fiscus iudaicus. Jochanan Ben Zakkai, un capo fariseo, fu nominato primo patriarca (con la parola ebraica Nasi, che significa anche principe o presidente) e ristabilì il Sinedrio a Yavne (si veda il relativo Concilio di Jamnia) sotto controllo fariseo. Invece di dare decime ai sacerdoti e sacrificare le offerte al Tempio (ormai distrutto), i rabbini istruirono il popolo ebraico di fare beneficenza e carità. Inoltre, affermarono che tutti gli ebrei dovessero studiare in sinagoghe locali, perché la Torah "è un'eredità dell'assemblea di Giacobbe" (Deuteronomio 33:4).
Dopo la distruzione del Primo Tempio, gli ebrei credevano che Dio li avesse perdonati e consentisse loro di ricostruire il Tempio, evento che in realtà si verificò nel giro di tre generazioni. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei si chiesero se ciò sarebbe accaduto di nuovo. Quando l'imperatore Adriano nel 132 e.v. minacciò di ricostruire Gerusalemme come città pagana dedicata a Giove col nome di Aelia Capitolina, alcuni dei saggi più importanti del Sinedrio appoggiarono una ribellione guidata da Simon Bar Kokheba, che stabilì un breve stato indipendente che fu riconquistato dai romani nel 135. Con questa sconfitta, svanirono le speranze degli ebrei che il Tempio sarebbe stato ricostruito. Tuttavia, la speranza di un Terzo Tempio rimane una pietra miliare della fede ebraica.
I romani vietarono agli ebrei di entrare a Gerusalemme (tranne che per il giorno di Tisha b'Av) e proibirono qualsiasi progetto di ricostruire il Tempio. Invece, assunsero la Provincia di Giudea sotto controllo diretto, rinominandola Siria Palestina, e rititolarono Gerusalemme come Aelia Capitolina. I romani in seguito ricostituirono il Sinedrio sotto la guida di Yehuda HaNasi (che affermava di essere un discendente del re Davide). Da allora conferirono il titolo di "Nasi" come ereditario ed i figli di Yehuda servirono sia come patriarchi che come capi del Sinedrio.
Secondo lo storico Shaye Cohen, dopo che furono passate tre generazioni dalla distruzione del Secondo Tempio, la maggior parte degli ebrei conclusero che il Tempio non sarebbe stato ricostruito durante la loro vita, né in un prossimo futuro. Gli ebrei si trovarono quindi di fronte a domande difficili e di vasta portata:
Come ottenere espiazione senza Tempio?
Come spiegare l'esito disastroso della ribellione?
Come vivere in un mondo romanizzato, dopo il Tempio?
Come collegare le tradizioni presenti e passate?
Indipendentemente dall'importanza che davano al Tempio, e nonostante il loro sostegno della rivolta di Bar Kokheba, la visione farisaica della legge ebraica come mezzo con cui la gente comune avrebbe potuto impegnarsi con il sacro nella propria vita quotidiana fornì loro una posizione da cui rispondere a tutte e quattro le sfide in modo significativo per la stragrande maggioranza degli ebrei. Le loro risposte avrebbero costituito l'ebraismo rabbinico. Durante il periodo del Secondo Tempio, quando gli ebrei erano divisi in sette, i farisei erano una setta tra le tante, e partigiane. Ogni setta affermava il monopolio della verità e scoraggiava il matrimonio tra membri di sette differenti. I membri delle diverse sette tuttavia dibattevano l'una con l'altra sulla correttezza delle loro rispettive interpretazioni, sebbene non ci fosse una redazione significativa e affidabile di tali dibattiti settari. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, queste divisioni settarie finironoI rabbini evitarono il termine "fariseo", forse perché era un termine più spesso usato dai non farisei, ma anche perché il termine era esplicitamente confessionale. I rabbini asserivano la leadership su tutti gli ebrei e aggiunsero il Birkat Ha Minim all'Amidah, una preghiera che in parte esclama: "Laudato sii O Signore, che spezzi i nemici e sconfiggi gli arroganti", e che è intesa come un rifiuto di sette e settarismo. Questo spostamento non risolse comunque in nessun modo i conflitti sull'interpretazione della Torah, bensì trasferì i dibattiti tra sette ai dibattiti all'interno dell'ebraismo rabbinico. L'impegno farisaico al dibattito erudito, come valore in sé e per sé, piuttosto che semplicemente un sottoprodotto di settarismo, emerse come una caratteristica distintiva di tale forma di ebraismo. Come i farisei sostenevano che tutto Israele dovesse agire come sacerdote collettivo, così i rabbini sostenevano che tutto Israele dovesse agire come rabbino collettivo: "I rabbini, inoltre, vogliono trasformare l'intera comunità ebraica in un'accademia dove tutta la Torah viene studiata e conservata... la redenzione dipende dalla "rabbinizzazione" di tutto Israele, cioè, dal raggiungimento da parte di tutti gli Ebrei di una realizzazione piena e completa della rivelazione o Torah, ottenendo così una perfetta replica del Cielo."

I sec - II sec. e.v. - Vengono stilati i I codici di Nag Hammâdi, un insieme di testi gnostici cristiani e pagani, rinvenuti nei pressi di Nag Hammâdi (in Egitto), nel dicembre 1945.
Si tratta di 13 papiri che furono ritrovati in una giara di terracotta da un abitante del villaggio di al - Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell'isola di Nag Hammâdi, detta anche isola elefantina. I cenobiti (dal latino cenòbium, a sua volta dal greco koivòs "comune" e bios "vita") sono monaci cristiani le cui prime comunità risalgono al IV secolo.
Il cenobitismo è una forma comunitaria di monachesimo, praticata in monasteri (cenobi) sotto la guida di un'autorità spirituale, secondo una disciplina fissata da una regola.
I cenobiti si differenziano dagli eremiti in quanto praticavano una vita comunitaria anziché solitaria.
Fondatore del cenobitismo è considerato San Pacomio, monaco egiziano vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia dopo l'incontro con l'abate Servando, e su quei principi istituì l'Ordine di San Benedetto.
La zona del ritrovamento dei codici di Nag Hammâdi è situata accanto alla parete rocciosa di Jabal - al Tarif, circa 450 km a sud del Cairo, in Egitto. I papiri rimasero nascosti per lungo tempo dopo il ritrovamento e in seguito ad una complessa vicenda, dopo essere stati dispersi, furono recuperati e messi a disposizione degli studiosi. I testi contenuti nei codici sono, per la maggior parte, scritti gnostici, ma includono anche tre opere appartenenti al Corpus Hermeticum ed una parziale traduzione della Repubblica di Platone. Si ipotizza che tali codici appartenessero alla biblioteca di un monastero della zona, e che i monaci li abbiano nascosti per salvarli dalla distruzione quando si cominciò a considerare lo gnosticismo come eresia. I testi sono scritti in egiziano copto, benché la maggior parte di essi (o forse tutti) siano stati tradotti dal greco. L'opera più importante presente in essi è il Vangelo di Tommaso, l'unico testo completo noto dell'opera. Grazie a questa scoperta gli studiosi riscontrarono la presenza di frammenti di questo testo nei manoscritti di Ossirinco, scoperti nel 1898, e ne ritrovarono tracce nelle citazioni presenti negli scritti dei Padri della Chiesa. La datazione dei manoscritti risale al III e IV secolo, mentre per i testi greci originali, benché ancora controversa, è generalmente accettata una datazione del I e II secolo.
Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis cioè "conoscenza". Sebbene parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e inclusero credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, al giudaismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zervanismo). La discussione sullo gnosticismo è cambiata radicalmente con la scoperta dei Codici di Nag Hammadi, i quali condussero gli studiosi ad una revisione delle precedenti ipotesi. Le origini dello gnosticismo risalgono all'epoca precristiana, mentre in passato lo gnosticismo veniva considerato soprattutto come una delle eresie del cristianesimo. Pare che le prime tracce di sistemi gnostici possano essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882) Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Sette anni più tardi (1889) F.W. Brandt pubblicò il suo “Mandäische Religion”, in cui descriveva la religione mandea. In tale opera l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di gnosticismo, da essere prova che lo gnosticismo è esistito indipendentemente ed anteriormente al cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e, specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza, almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano, è dimostrato dal fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei primi secoli) ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 p.e.v. (a.C.), s'incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò proprio tra i caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui quasi irresistibile forza contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoade, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta contro poteri avversi e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone).
Una definizione piuttosto parziale del movimento, basata sull'etimologia della parola, può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il cristianesimo tradizionale (così come definito dai concili ecumenici) sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per grazia di Dio principalmente mediante la fede, per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici dunque erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità e la confusione dei sistemi gnostici permettono difficilmente di formularne un'altra. Lo gnosticismo descrive un insieme di antiche religioni il cui principio base era l'insegnamento attraverso il quale si può fuggire dal mondo materiale, creato dal Demiurgo, per abbracciare il mondo spirituale. Gli ideali gnostici furono influenzati da molte delle antiche religioni che predicavano tale gnosi (variamente interpretata come conoscenza, illuminazione, salvezza, emancipazione o unicità con Dio), che, a seconda del culto in questione, poteva essere raggiunta praticando la filantropia, tale da raggiungere la povertà personale, l'astinenza sessuale (per quanto possibile per gli ascoltatori, completamente per iniziati) e una diligente ricerca della saggezza aiutando gli altri.
Nello gnosticismo il mondo del Demiurgo è rappresentato dal mondo inferiore, che è associato con la materia, la carne, il tempo e più particolarmente con un mondo imperfetto, effimero. Il mondo di Dio è rappresentato dal mondo superiore ed è associato all'anima e alla perfezione. Il mondo di Dio è eterno e non rientra nei limiti della fisica. È impalpabile, e il tempo non esiste. Per arrivare a Dio, lo gnostico deve raggiungere la conoscenza, che mescola filosofia, metafisica, curiosità, cultura, saperi e i segreti della storia e dell'universo. La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte, nei pressi del villaggio di al-Qasr, 44 opere gnostiche.
In generale gli gnostici tendevano ad identificare il Dio dell'Antico Testamento con la potenza inferiore del malvagio Demiurgo, creatore di tutto il mondo materiale, mentre il Dio del Nuovo Testamento con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore degli eoni Cristo e Sophia, incarnati sulla Terra rispettivamente come Gesù e Maria Maddalena. Dalla concezione docetista insita in gran parte delle religioni gnostiche, deriverebbe poi il rifiuto della resurrezione del corpo di Gesù, poiché dopo la sua morte, egli sarebbe tornato sulla Terra solo nella sua forma divina, liberato dal corpo materiale. Inoltre, nel periodo tra la Resurrezione e l'Ascensione, periodo considerato dagli gnostici ben più esteso dei canonici quaranta giorni, avrebbe impartito solo a pochi dei suoi discepoli una sorta di insegnamento segreto (di tale insegnamento tratta l'apocrifo Pistis Sophia). Tale insegnamento, parallelamente alla dottrina della Chiesa, fondata sulla predicazione pubblica del Cristo, venne tramandato per via occulta a beneficio di pochi eletti, escludendo, così, la gerarchia della Chiesa. Inoltre, aspetto fondamentale, la salvezza doveva giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi canonici. Tutte queste convinzioni contrastavano fortemente con l'ortodossia del cattolicesimo che andava formandosi in quei primi secoli. Fu quindi inevitabile che le dottrine gnostiche, che in un primo tempo si erano diffuse anche all'interno della Chiesa, incontrassero l'opposizione delle comunità cristiane e fossero considerate come eretiche. Ciò portò il movimento gnostico ad un rapido declino, anche se, specialmente in Medio Oriente, alcuni aspetti dello gnosticismo (come l'aspetto ascetico) divennero parte integrante del patrimonio della Chiesa Cristiana per mezzo della corrente filomatica (da philomathìa, un movimento intellettuale e culturale di stampo fortemente gerarchico, derivante dalle antiche accademie neoplatoniche di stampo alessandrino, la quale sostieneva che anche nella propria quotidianità, l'essere umano può e deve sempre innalzarsi culturalmente e approfondire le conoscenze di se stesso e del mondo che lo circonda, considerando che una vita che non sia spesa per la ricerca non sia degna d'essere vissuta) che, sebbene non avesse un impianto religioso, permetteva, con la sua etica o mistica peculiare, una tolleranza reciproca tra studiosi (filomati) e sacerdoti (clero cristiano).
La visione gnostica della creazione teorizzava che da Dio Primo Eone fossero state generate più coppie di eoni composte sempre da un eone maschile e uno femminile. Dio e gli eoni nel loro complesso formavano il Pleroma. Gli eoni, in molti sistemi gnostici, rappresentano le varie emanazioni del Dio primo, noto anche come l'Uno, la Monade, Aion Teleos (l'Eone Perfetto), Bythos (greco per Profondità), Proarkhe (greco per Prima dell'Inizio), Arkhe (greco per Inizio). Questo primo essere è anch'esso un eone e contiene in sé un altro essere noto come Ennoia (greco per Pensiero), o Charis (greco per Grazia), o Sige (greco per Silenzio). L'essere perfetto, in seguito, concepisce il secondo ed il terzo eone: il maschio Caen (greco per Potere) e la femmina Akhana (Verità, Amore).
Quando un eone chiamato Sophia emanò senza il suo eone partner, il risultato fu il Demiurgo, o mezzo-creatore (nei testi gnostici a volte chiamato Yalda Baoth, Hysteraa, Saklas (= il folle) o Rex Mundi per i Catari), una creatura che non sarebbe mai dovuta esistere e che creò il mondo materiale. Questa creatura non apparteneva al pleroma, e l'Uno emanò due eoni, Cristo e Sophia, ovvero lo Spirito Santo, per salvare l'umanità dal Demiurgo. Cristo prese poi la forma della creatura umana Gesù in modo da poter insegnare all'umanità la via per raggiungere la gnosi: il ritorno al pleroma.
Anche il Vangelo di Giuda, recentemente scoperto, tradotto e poi acquistato dalla National Geographic Society menziona gli eoni e parla degli insegnamenti di Gesù al loro riguardo. In un passo di tale Vangelo, Gesù deride i discepoli che pregano l'entità che loro credono essere il vero Dio, ma che è in realtà il malvagio Demiurgo.
Gli gnostici ofiti, o naaseni, veneravano il serpente, perché, come narrato nella Genesi (3,1), era stato mandato da Sophia (o era lei stessa nelle sue sembianze) per indurre gli uomini a nutrirsi del frutto della conoscenza, al fine di infondere in loro la gnosis di cui avevano bisogno per svegliarsi dagli inganni del malvagio Demiurgo ed evolversi a Dio. Secondo gli Ofiti, il Padre di Tutti, o Primo Uomo, emanò il Figlio (il Pensiero), o Secondo Uomo. Poi comparve l'Agape (Spirito Santo), o Prima Donna. Questa terna generò Cristo (presso alcune culture identificate nell'Adam Kadmon) e sua sorella Sophia (la Saggezza). Anche Sophia ebbe dei figli, uno dei quali, il Demiurgo Ialdabaoth, si ribellò all'autorità e creò il mondo materiale e l'uomo. Costui, identificato col dio veterotestamentario, rinchiuse i primi uomini, Adamo ed Eva nell'Eden, in maniera da essere venerato da loro. Però Sophia mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito e così risvegliare la loro conoscenza, i cui livelli erano superiori a quelli di Ialdabaoth. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all'insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, per le manovre del Demiurgo, restava sopita. Gesù, a volte identificato col serpente, quindi discese dal cielo per accendere questa scintilla e liberare gli uomini dalla tirannia di Ialdabaoth. Per questo motivo gli ofiti veneravano il serpente e tutti i personaggi del Vecchio Testamento che si erano in qualche modo opposti a Yahweh, cioè il Demiurgo. Agostino d'Ippona riferiva che allevavano serpenti in carne ed ossa e li addestravano a sfiorare il loro pane che poi, santificato in questo modo, usavano come eucarestia. Le loro opere principali, conosciute, erano la Predica dei Naasseni e il Diagramma degli ofiti. Quest'ultimo, composto prima del 150, descriveva la cosmogonia ofita. Nonostante sia andato perduto, però, è stato descritto minuziosamente sia dal filosofo pagano Celso che dall'eresiologo Origene Adamantio.
Ogni setta predicava una propria variante del credo gnostico e quindi praticava un proprio culto. Alcune sette respingevano completamente i sacramenti, mentre altre accettavano quali strumenti di conoscenza solo il battesimo e l'Eucaristia, affiancandoli ad altri riti, per mezzo di inni e formule magiche, o pratiche, come l'astinenza sessuale o la povertà, che dovevano propiziare l'ascesa al regno spirituale del principio divino imprigionato nel corpo materiale. Da un punto di vista etico, lo gnosticismo oscillava fra il rigore ed il lassismo: se, infatti, la valutazione negativa della materia e del corpo spingeva alcuni gruppi ad astenersi anche dal matrimonio e dalla procreazione, fino ad arrivare all'ascetismo più rigoroso (Saturnino, encratiti), la convinzione che l'anima fosse assolutamente estranea al mondo materiale portava altre correnti a giudicare in termini relativistici ogni atto connesso con il corpo (Basilide, Carpocrate, barbelognostici, fibioniti, cainiti).
Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine "gnostico", è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto. Esiste anche una setta di gnostici che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i mandei dell'Iraq meridionale, i cui caratteri gnostici sono molto evidenti.
La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Ad esempio, Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.
115 - 117 e.v. - Seconda guerra giudaica o Guerra di Kitos (Rivolta contro Traiano). La seconda Guerra Giudaico-Romana inizia nelle grandi comunità di Cipro, Cirene (nella Libia moderna), Aegipta (nell'Egitto moderno) e in Mesopotamia (Siria e Iraq moderni). Provoca l'uccisione di centinaia di ebrei, greci e romani, finendo con la sconfitta totale dei ribelli ebrei e lo sterminio degli ebrei di Cipro e Cirene, ordinato dal nuovo imperatore Adriano.  La seconda guerra giudaica, che coinvolse gran parte delle città della Diaspora ebraica, iniziò quando Traiano era imperatore. Nel 70 d.C., un certo numero di rivoltosi scampati alla catastrofe della prima guerra giudaica trovarono rifugio ad Alessandria d'Egitto e Cirene. Le loro idee trovarono fertile terreno nei livelli inferiori della popolazione ma le classi superiori e la borghesia cittadina rimasero fedeli a Roma e anzi consegnarono molti dei ribelli alla giustizia. Dopo questi episodi per quarant’anni i rapporti tra Roma e Giudei furono tranquilli (e l'imperatore Nerva aveva abolito l’obolo che i Giudei, per volere di Domiziano, dovevano versare a Roma) ma la tensione ad Alessandria tra Giudei e Greci restò sempre alta, dando vita spesso a scontri e tumulti. La maggioranza dei rabbini e della popolazione accettava la sottomissione a Roma come fase transitoria e necessaria in quanto voluta da Dio in preparazione dell’avvento dell’età messianica, dilazionata ad una data indefinita. L’accento era posto sull’abbandono delle armi e sullo studio e osservanza della Legge. In alcuni ambienti della Palestina e della Diaspora prevaleva invece una convinzione di matrice apocalittica, ovvero che la distruzione di Gerusalemme e del Tempio fosse il momento culminante del periodo di tribolazione antecedente l’era divina con l’immancabile vittoria giudaica. Queste idee trovarono espressione in una produzione letteraria fra il 70 e il 135 d.C., fra cui l’Apocalisse di Baruc e il Quarto libro di Esdra, dove ci si interroga sulla distruzione del Tempio e sul suo significato, con allegorismi vari, fra cui la lotta fra il Leone e l'Aquila, in cui il leone è il Messia e l’aquila che soccombe è l’Impero Romano.
A questa produzione letteraria si aggiungevano idee come quella che Nerone fosse ancora vivo dopo il 69 d.C., finalizzato all’abbattimento della potenza romana. Nerone diventava così una figura che assumeva un ruolo positivo ove, colpendo i suoi connazionali, li avrebbe puniti anche per la distruzione del Tempio e per la persecuzione di Israele (come narrato nella raccolta degli Oracoli sibillini).
Questo accumulo di tensione sfociò nella grande rivolta tra il 115 e il 117 d.C., che coinvolse numerose e importanti comunità giudaiche in Egitto, Cirenaica, Cipro e Mesopotamia. Essa colse di sorpresa le autorità imperiali e lo stesso imperatore Traiano, impegnato in una campagna militare in Oriente, visto che la fedeltà delle aristocrazie romano-giudaiche della Diaspora e della Palestina aveva regalato un quarantennio di pace.
La rivolta scoppiò dapprima in Cirenaica nel 115 d.C. per poi estendersi in Egitto e Cipro. Violentissimi furono gli scontri tra Giudei e residenti. La ribellione divampò dapprima nelle principali città per poi propagarsi rapidamente ai villaggi; ben presto la rivolta si spostò più verso Oriente, fino a quando gli insorti passarono in Egitto, forse per trasferirsi verso la Palestina. In una prospettiva escatologica è verosimile che il segnale atteso per l’inizio della rivolta sia da riscontrarsi in un violentissimo terremoto che nel 115 devastò la capitale della Siria e le regioni orientali, evento visto come l’inizio della vendetta di Dio verso i pagani. Secondo un vaticinio contenuto negli Oracoli sibillini la città di Antiochia era una delle città destinate alla distruzione prima dell’avvento del Messia; il terremoto e la presenza di Traiano, imperatore del quarto impero messianico, che rimase leggermente ferito, fu una coincidenza incredibile. Il coronamento della lotta di liberazione sarebbe poi stato il ritorno in Palestina.
In Egitto i tumulti scoppiarono prima nelle campagne, ed i Greci si rifugiarono ad Alessandria, dove impedirono ai Giudei di prendere il controllo della città. Così l’attività dei rivoltosi rimase circoscritta alle campagne dove vennero annientati dopo vari scontri nell’autunno del 117 d.C. A Cipro i ribelli distrussero la città di Salamina annientando gli abitanti; di conseguenza, dopo la repressione, a nessun Giudeo venne permesso di mettere piede nell’isola pena la morte. In Mesopotamia la rivolta scoppiò durante la guerra partica di Traiano. Traiano aveva conquistato la Mesopotamia, l’Armenia e altri territori, ma la conquista risultò subito effimera a causa della rivolta delle popolazioni da poco sottomesse. I Giudei parteciparono alla sollevazione e motivazioni di natura politica ed economica motivarono la rivolta delle popolazioni locali, che erano state sotto il dominio partico, che riconosceva a livello locale un elevato livello di autonomia, soprattutto in campo religioso e amministrativo, oltre a motivazioni economiche legate alla paura della diminuzione del traffico delle carovane con il nuovo dominio romano. Traiano usò la mano pesante nei confronti dei Giudei della Mesopotamia, volendoli punire in modo esemplare. Anche la Giudea, pur non avendo partecipato alla rivolta, ebbe dei contraccolpi. Il controllo del territorio venne rafforzato con lo stanziamento di un secondo contingente permanente.

131 - 136 e.v. - Tra le altre ritorsioni, l'Imperatore Romano Adriano rinomina Gerusalemme "Aelia Capitolina" e proibisce la circoncisione. Simon Bar Kokheba (Bar Kochba) capeggia gli ebrei nella terza guerra Giudaico-Romana, vasta rivolta ebraica contro Roma come reazione contro le azioni di Adriano. In seguito, la maggior parte della popolazione ebraica è annientata (circa 580.000 morti) e Adriano rinomina la provincia di Giudea "Syria Palaestina" e tenta di sradicare l'Ebraismo. La terza guerra giudaica divenne nota anche col nome di rivolta di Bar Kokhba (o Bar Kokheba, o bar Kochba) e fu l'ultima grande rivolta ebraica contro l'occupazione romana. Ebbe come teatro la Giudea, che non aveva invece partecipato alla seconda rivolta dell'epoca traiana, e in cui ebbe luogo il rafforzamento delle correnti religiose e culturali che avevano scatenato la prima rivolta. Inoltre la popolazione della regione era cresciuta, con un numero notevole di uomini pronti alle armi.
La ribellione scoppiò per due motivi: da un lato il divieto di circoncisione da parte dell'imperatore Adriano per eliminare un costume, non solo giudaico, considerato barbaro e in contrasto con i canoni estetici adrianei (per i Giudei fu invece un atto mirato, senza alcuna ragione apparente, che mirava ad interrompere il patto tra Dio e il suo popolo), dall'altro il progetto di costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme e insediarvi il culto di Giove (un vero sacrilegio per gli Ebrei). Adriano presentava quindi dal punto di vista giudaico, i tratti più evidenti e cupi del persecutore pre-messianico. A questo punto mancava solo un messia che apparve sotto il nome di Simone bar Kochba.
Simone bar Kochba assunse il titolo ufficiale di "principe di Israele" (nasi), un messaggio evidente: il principe messianico che guidava il suo popolo nella guerra degli ultimi tempi. Ebbe buon seguito soprattutto nelle campagne e fra gli strati medio bassi della società oltre ad un certo numero di rabbi che lo appoggiarono. La maggior parte dei rabbi non si schierò però con lui, anzi lo definirono "figlio della menzogna", e questo rappresentò la sanzione definitiva del fallimento dell'ultima speranza messianica. Due argomenti polemici contro questi ribelli: l'insistita sottolineatura dei crimini dei Giudei, causa della messa a fuoco della Palestina, e la persecuzione di Simone contro i Cristiani che non lo seguirono nella rivolta. Simone sosteneva di essere disceso come luce dal cielo a illuminare i suoi seguaci.
La rivolta scoppiò all'improvviso, ma era stata preparata con cura, come si evince dalle testimonianze della resistenza opposta alla repressione romana. Quest'ultima fu favorita dall'occupazione preventiva delle posizioni più favorevoli, fortificate con mura e camminamenti. I ribelli esercitarono attività di guerriglia, evitando scontri in campo aperto con le preponderanti forze nemiche e infliggendo gravi danni ai romani. Si ritiene che, in questa prima fase, nella quale la preparazione dei ribelli, la sorpresa dei romani e le scarse capacità del governatore Rufo favorirono il successo dei giudei, gli insorti abbiano cercato di conquistare Gerusalemme, anche se non si sa con quale esito. Rufo mantenne abbastanza a lungo il comando, ma senza risultati di rilievo. Pertanto l'imperatore Adriano gli tolse il comando per assegnarlo a Giulio Severo, che preferì tagliare i collegamenti dei ribelli, come i rifornimenti, isolando le varie unità e affrontandole singolarmente. Sappiamo che il territorio controllato dai ribelli era diviso in vari distretti retti da capi militari e civili e tutti compresi nel deserto della Giudea, un territorio modesto. Il movimento non interessò le città ma solo le campagne, grazie anche al minor controllo di esse da parte dei romani oltre ad uno scarso coinvolgimento del cittadino medio. La finalità dell'insurrezione era la redenzione e libertà di Israele che consisteva nella piena e rigorosa attuazione delle disposizioni civili e religiose della Legge Mosaica e nella ripresa del disegno di guerra totale all'idolatria e alla potenza che la rappresentava, Roma.
L'ultima decisiva battaglia si svolse nel 135 vicino a Gerusalemme e in quel frangente lo stesso Simone bar Kochba morì. La strage fu immensa: secondo Cassio Dione le perdite giudaiche giunsero a 580 mila morti. La Giudea venne ridotta ad un deserto. I rabbi che maggiormente si erano distinti nel sostegno della guerra vennero catturati ed uccisi. Ai posteri le notizie pervennero da fonti pagane e cristiane, nessuna da fonte giudaica. Dopo la vittoria, l'imperatore Publio Elio Traiano Adriano trasformò Gerusalemme in una colonia romana, i nuovi coloni subentrarono ai Giudei ai quali fu impedito di entrare in città pena la morte.
Inoltre, l'Imperatore Adriano intese cancellare il nome di Iudea sostituendolo con quello di Syria Palaestina.
La tragedia dell'epoca di Adriano segnò per i Giudei la fine del sogno di uno stato indipendente e il rinvio definitivo dell'arrivo di un Messia. La speranza messianica non venne meno, ma perse l'immediatezza. Ai Giudei non rimase che raccogliersi sulla meditazione delle leggi mosaiche e Israele non abbandonò la speranza di una restaurazione di Sion, la collina su cui sorge Gerusalemme simbolo della città e dello spirito che incarna. La realizzazione di questa aspirazione coincide con la nascita del sionismo nell'Ottocento e alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948.

Carta delle province dell'Impero Romano nel 210 e.v.
L'Italia è divisa in regioni dal 6 e.v. Clicca sull'immagine per ingrandirla. 


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